Pillole di accessibilità n.8: Che tipo di attività ricreative si possono proporre ai clienti con sindrome di Down?

Quali sono i suggerimenti per migliorare l’accoglienza nei confronti di persone con sindrome di Down o con disabilità intellettiva? Che tipo di attività ricreative si possono proporre loro in un albergo o in un villaggio turistico per rendere la vacanza ancora  più interessante?

 articolo di Daniela Orlandi

Nei luoghi di vacanza e di svago spesso può accadere che il personale addetto all’accoglienza, o all’animazione, si relazioni alle persone adulte con sindrome di Down o con disabilità intellettiva come se queste fossero ancora dei bambini. Partendo dal presupposto errato che un disabile intellettivo sia un eterno bambino, quindi, si propongono attività molto lontane dai gusti del cliente, offrendo così un servizio del tutto inadeguato. Ci siamo rivolti ad Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell’Associazione Italiana Persone Down, per avere dei suggerimenti su come sia possibile migliorare l’accoglienza.

Come mai avete scelto di trattare con noi questo tema? 

Non tutti sanno che l’aspettativa di vita delle persone con sindrome Down è cambiata radicalmente: negli anni Quaranta era di 12 anni ed ora è di 62 anni; oggi in Italia su circa 38.000 persone con sindrome Down, il 60% sono adulte. Questo cambiamento demografico porta con sé un netto mutamento di prospettive. Eppure molti continuano a pensare che se una persona ha una disabilità intellettiva resti un bambino per tutta la vita, quindi il rischio di infantilizzazione è piuttosto elevato.

È facile notare come le persone con sindrome di Down, o con disabilità intellettiva, anche se adulte vengano trattate come bambini: gli viene dato del tu, vengono toccati o accarezzati anche da sconosciuti, e via dicendo.

E’ necessario un cambiamento culturale e che si inizi a relazionarsi con le persone con disabilità cognitiva utilizzando lo stesso rispetto e lo stesso registro espressivo che si utilizzerebbe nei confronti di un altro adulto di pari età anagrafica. Una persona con sindrome di down di 40 anni è un adulto a tutti gli effetti

In sostanza, se una persona fa fatica a fare le moltiplicazioni non vuol dire che debba giocare con le bambole: non c’è connessione.

Ci sono attività migliori rispetto ad altre che possono essere proposte ad una persona con la sindrome di Down?

Le persone sono tutte diverse, quelle con sindrome di Down comprese, ognuna ha la sua storia, la sua famiglia e le sue abitudini. I desideri possono essere i più vari, ma certamente ci sono alcune attività che risultano essere maggiormente coinvolgenti.  Ad esempio tutte le manifestazioni di tipo espressivo: il partecipare ad un’attività di animazione in un villaggio turistico, il ballo o cose analoghe, coinvolgono con più facilità. Ci sono molte persone con sindrome di Down che sono particolarmente interessate allo sport, quindi in una struttura turistica la piscina può diventare il luogo di attrazione più interessante.

Le persone si esprimono in vari modi: se proponiamo attività che prediligano il linguaggio del corpo, come il ballo o lo sport, ad esempio, riusciremo a dare un maggiore spazio a chi può avere un deficit che gli impedisce di comunicare  nei modi più convenzionali.

Certo, non andrei mai a proporre una lezione di letteratura antica, ma basta approcciarsi come si farebbe con un qualsiasi altro adulto e chiedere.

Ovviamente tutto va fatto sempre con la dovuta attenzione, rispetto e, soprattutto, ricordandosi che ognuno ha l’età che si porta, per cui ad un adulto non mi sentirei di proporre di andare sulle giostrine.

Ci sono delle specificità da tenere presenti nella comunicazione con una persona con sindrome di Down?

Un linguaggio semplice, parlare lentamente, non in modo eccessivo, e soprattutto, se abbiamo la sensazione che l’altra persona non ci abbia capito, dobbiamo provare a rispiegare la cosa con altre parole.

Vuole aggiungere altri suggerimenti?

Un suggerimento che darei è di non essere troppo permissivi, anche questo è parte importante della relazione.

Può accadere che una persona con disabilità intellettiva abbia un atteggiamento inadeguato, certo si può e si deve essere tolleranti, ma esserlo troppo vuol dire contribuire a mantenere tale atteggiamento.

Ad esempio, se una persona lascia tutte le sue cose in giro per l’hotel, non è detto che si debba sempre riportargliele, le si può anche far notare di averle dimenticate e invitarla a riprenderle. Oppure se una persona chiede tre volte di riprendere il primo al ristorante, ma la normale prassi è avere solo un giro di primi, gli si può far presente con gentilezza che il bis di primo non è previsto, esattamente come si farebbe con qualunque altro cliente. L’accoglienza e l’integrazione passano anche attraverso la capacità di sentirsi liberi di dire dei “no”.


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